Mercoledì sera, esattamente alle 22 e quattordici m'è suonato il telefono.
«Pronto»
«Pronto, qui la polizia»
Non me l'aspettavo, proprio non me l'aspettavo.
Ero anche un po' stanco. E adesso quella telefonata, a quell'ora.
Ero dunque arrivato alla stazione Centrale verso le diciannove, e prima di prendere le mie cose, che son sempre le stesse, uno zaino e un piccolo trolley, avevo controllato come d'abitudine se avevo con me quei tre oggetti che sono come delle appendici inseparabili quando sono in viaggio: il portafogli, le chiavi, il cellulare. E, perdìo, quest'ultimo non mi risultava. Avrebbe dovuto essere nella tasca interna del giubbotto che avevo sistemato sulla mensola sopra la mia testa. E anche dopo un esame più accurato eseguito perquisendomi davanti e dietro e di lato, perdìo, proprio non mi risultava. Avevo allora guardato dietro i sedili e anche sotto sdraiandomi sul pavimento dello scompartimento. Niente di niente. Si sarebbe potuta fare la prova di chiamare, per sentire un eventuale squillo, ma ormai tutti i passeggeri erano scesi e così feci anch'io e mi avviai verso la metropolitana più interdetto che incazzato.
In questi casi uno si aggrappa a qualcosa. E io mi ero aggrappato al fatto che l'ultima telefonata l'avevo fatta dalla casa in Liguria, e quindi mi infilai nella speranza che lo avessi lasciato là. Appena arrivato al mio numero fisso chiamai più volte. Suonava, suonava a vuoto e quindi mi ero quasi convinto che proprio là fosse, su quel tavolinetto in cucina dove lo lascio di solito, e mi immaginai anche il musetto perplesso di
Tigre a sentire quelle musichette ripetute. Non so perché ma non avevo voluto coinvolgere nessuno ad andare a verificare, anche se qualcuno si era offerto.
Ora, si sa, la sfiga si tira dietro altra sfiga. Dovevo scrivere per l'indomani un post e avevo bisogno della mail che mi aveva mandato Gian Paolo ma era stata scaricata su un portatile al momento non disponibile. Quindi dovevo mettermi in contatto con lui, ma come facevo se avevo solo il numero del telefonino? Dovete a 'sto punto sapere che tutta la rubrica presente sulla sim l'avevo salvata, ma salvata, maledizione!, proprio su quel portatile al momento non disponibile. Quindi non mi rimaneva come ultima risorsa che mandare un'altra mail all'amico per venirmi in aiuto, e gliela mandai subito e scrissi anche di questa disavventura.
Mi chiamò poco dopo e, sorpresa, sorpresona, mi diceva che questo benedetto cellulare non lo avevo dimenticato nella casa in Liguria ma al momento era nelle mani di una straniera non ben identificata che era in viaggio verso Genova e lo avrebbe consegnato alla polizia ferroviaria di quella città. Lo aveva contattato perché aveva visto quell'ultima telefonata fatta dalla Liguria e che era diretta proprio a lui.
Trasecolai, e anche dopo, quando si fece viva la polizia con la telefonata, di cui parlo all'inizio, dove dicevano che il mio cellulare era in mano loro. Finalmente al sicuro.
Così ieri mattina ho fatto un salto a Genova e mi si è presentata la fortunata combinazione di trovare negli uffici proprio l'agente che era di turno mercoledì sera, e proprio lui mi aveva avvisato. Tre moduli da riempire a mano con la spiegazione di tutta la vicenda. Ma il pc? Non mi faccia dire niente, questo è l'unico modulo non informatizzato, e tra l'altro non esiste nemmeno più la carta carbone. Metto tre firme e poi finalmente apre la busta. Sì, è lui. Era stato spento, lo accendo subito e comincia la mitragliata di sms di tutti quelli che non mi aveva trovato raggiungibile in questi giorni.
E allora mi viene spontaneo da domandare:
«Ma questa straniera chi è, ha un nome, un recapito? Ché vorrei ringraziarla, il minimo»
«No, non sappiamo chi è, è arrivata di fretta perché doveva prendere un altro treno, e non abbiamo avuto modo di identificarla, in casi del genere il regolamento non lo prevede»
«Potrebbe almeno descrivermela?»
«Sì, sì. Bionda, molto carina, di un Paese dell'Est, ma non saprei dire quale. Sulla trentina»
«Vestita come?»
«Jeans e un giubbetto di pelle nera».
Sobbalzo e cerco di non darlo a vedere. Una ragazza così, ma proprio così, era seduta al mio fianco, e il giubbetto nero lo aveva sistemato sopra il mio, anch'esso nero, e me lo aveva anche chiesto (le uniche parole scambiate, e avevo sentito un accento slavo) dato che tutte le mensole erano occupate. E poi ci fu solo un sorriso scaturito spontaneo e scambiato all'arrivo.
C'era un'ultima curiosità da risolvere, e di fronte a una risposta affermativa certe combinazioni si sarebbero raggomitolate in un mistero fitto di inquietudine.
«Non ha sentito se aveva addosso un profumo particolare?»
«Mi dispiace proprio, ma non sento quasi gli odori, una malformazione, per fortuna non era un impedimento alla visita medica per entrare in polizia».
Ancora adesso non so decidermi se questa risposta mi è arrivata come una delusione o come una liberazione.
Nelle due ore di viaggio che le sono stato vicino, mentre armeggiava con destrezza col suo iPhone e io dormicchiavo, m'è penetrato un misto di lavanda selvaggia, di muschio bianco, di gelsomino dry con sentori sullo sfondo di felci bagnate. Mai sentito prima, da identificarla meglio del DNA suo.
Osservo adesso questo cellulare che lei (lei chi?) ha avuto tra le mani. Forse ha lasciato una traccia bioelettronica dentro i circuiti. E lì non basta essere hacker per scoprirlo, bisogna essere prima druidi (ciao Paola) e poi anche hacker, proprio come me. Ma se scoprirò qualcosa me la terrò stretta.
Tutto assolutamente vero. Ne fa fede la testimonianza di Gian Paolo Lanteri e la polfer della stazione Principe di Genova.